| Cosa si cela sotto la MOSCHEA? |
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Mai
come in questo periodo si è parlato delle moschee. Sull’argomento continua
a stagnare una cappa di genericità e d’approssimazione. L’autore di questo
articolo è un cristiano arabo nato in Egitto e insegna all’Istituto islamo-cristiano
dell’Université Saint-Joseph di Beirut, fondata nel 1875.Sacerdote gesuita,
ha anche insegnato islamologia in varie università e attualmente a Roma
presso il Pontificio Istituto orientale e il Pontificio Istituto di Studi
arabi e d’islamistica (Pisai). In quanto arabo, si considera di cultura
musulmana, ma di fede cristiana.
Quando
si discute attorno all’opportunità di costruire una moschea o di concedere
terreni a questo scopo, è necessario anzitutto non dare per scontata la
conoscenza dell’oggetto di discussione. La moschea non è una chiesa musulmana.
È una moschea: ha la sua funzione e le sue norme. C’è una tendenza, dovuta
all’ignoranza dell’altro, a pensare che, tutto sommato, l’altro è più
o meno identico a me, o almeno simile. Invece dobbiamo riconoscere l’altro
come diverso, se non vogliamo mentalmente annetterlo. Perciò, per capire
cos’è una moschea, si deve guardare all’Islam. Nella tradizione musulmana,
la moschea (giâmi’) è il luogo dove la comunità si raduna (come indica
il nome di giâmi’, la radice gm’, significa radunare), per sistemare tutto
ciò che la riguarda: questioni sociali, culturali, politiche, come anche
per pregare. Tutte le decisioni della comunità si prendono nella moschea.
Voler limitare la moschea a un luogo di preghiera è fare violenza alla
tradizione musulmana. Il venerdì (yawm al-giumu’ah) è il giorno nel quale
la comunità si raduna (come indica il nome di giumu’ah). Si raduna a mezzogiorno
per la preghiera pubblica seguita dalla khutbah, cioè il discorso, che
non è una predica. Questo discorso affronta le questioni dell’ora presente:
politiche, sociali, morali, eccetera. In molti Paesi musulmani – e per
esempio in Egitto, il più popoloso Paese musulmano arabo – tutte le moschee
sono sorvegliate il venerdì e le più importanti sono circondate dalla
polizia speciale. Il motivo è semplice: le decisioni politiche partono
dalla moschea, durante la khutbah del venerdì. È dunque scorretto, parlando
della moschea, parlare unicamente di “luogo di culto”. Com’è scorretto,
parlando della libertà di costruire moschee, farlo in nome della libertà
religiosa, visto che non è semplicemente un luogo religioso, ma una realtà
multivalente (religiosa, culturale, sociale, politica eccetera). Non si
può dimenticare che il luogo dedicato alla preghiera del venerdì è considerato
dai musulmani spazio sacro e rimane per sempre appannaggio della comunità,
la quale decide chi ha facoltà di esservi ammesso e chi invece lo profanerebbe.
Per questo motivo non si può assegnare un terreno, ad esempio per 50 anni,
per edificarvi una moschea: questo terreno non potrà mai essere reso.
Esistono spesso nei Paesi musulmani, nelle città, dei piccoli “luoghi
di preghiera”, chiamati di solito musallâ, cioè luogo di preghiera. Sono
come delle “cappelle” che possono contenere una cinquantina di persone
e che si trovano spesso al pian terreno di una casa, al posto di un appartamento.
Questi luoghi, più discreti, sono generalmente utilizzati quasi unicamente
per la preghiera del mezzogiorno, permettendo alla gente della strada
o dei blocchi vicini di pregare in pace. Le moschee hanno normalmente
un minareto da dove il muezzin fa l’appello alla preghiera. Questi minareti
hanno una funzione pratica e sono leggermente più alti delle case che
li circondano. Hanno assunto talvolta nella storia una funzione simbolica,
di affermazione della presenza musulmana, e talvolta una funzione politica
di affermazione della superiorità dell’islam sulle altre religioni. Il
loro scopo essenziale è il permettere alla voce umana di pervenire a chi
abita vicino. In questo secolo, si sono spesso aggiunti dei megafoni nei
minareti (soprattutto se c’è una chiesa vicina o un quartiere cristiano),
e i muezzin hanno aggiunto altre cose all’appello alla preghiera, prolungandolo.
Queste innovazioni sono contrarie alla tradizione musulmana e i Paesi
musulmani rigorosi le condannano come fa per esempio l’Arabia Saudita.
In altri Stati, come l’Egitto, l’uso del megafono è limitato unicamente
all’appello (che dura circa 2 minuti) ed è vietato per la preghiera dell’alba.
Infine, è necessario chiedersi chi finanzia moschee e centri islamici,
non per intromettersi negli affari altrui, ma in virtù del principio universale
che dice “chi paga comanda”. Non è un segreto per nessuno che gran parte
delle moschee e dei centri islamici d’Europa vengono finanziati da governi
estranei, in particolare dall’Arabia Saudita, che impone anche i suoi
imam. Ora, è ben noto che nel mondo islamico sunnita l’Arabia Saudita
rappresenta la tendenza più rigida, detta wahhabita. Non sono questi imam
che potranno aiutare gli immigrati a inserirsi nella società occidentale,
né ad assimilare la modernità, condizioni necessarie per una convivenza
serena con gli autoctoni. Dopo avere chiarito l’oggetto della discussione,
ci permettiamo qualche elemento di giudizio. Permettere ai musulmani di
avere dei luoghi di preghiera in Occidente va da sé. Sarebbe probabilmente
più adatto al contesto sociologico degli immigrati (che rappresentano
la stragrande maggioranza dei musulmani in Italia) di avere dei musallâ,
ossia delle “cappelle” dove potrebbero ritrovarsi più comodamente per
pregare. Sarebbero anche meno costose per loro. La moschea, in quanto
centro socio politico culturale musulmano, non può entrare nella categoria
dei luoghi di culto. Deve essere considerata per ciò che è. Alla pubblica
amministrazione spetta studiare come esercitare un certo controllo su
tali centri, vista la funzione politica che hanno assunto nella tradizione
islamica. Non si capisce bene invece in base a quale ragione una amministrazione
locale dovrebbe regalare il terreno o una parte della costruzione. L’opposizione
che si vede un po’ dappertutto in Europa rispetto all’edificazione di
moschee può essere originata da sentimenti di xenofobia, ma è anche probabile
che derivi dal timore che essa sia un atto politico di affermazione di
una identità diversa sotto tutti gli aspetti, troppo estranea alla cultura
e alla civiltà occidentali. Se un tale centro musulmano potesse aiutare
gli immigrati ad integrarsi nella società locale, promuovendo corsi ed
altri servizi, sarebbe da incoraggiare, avendo come scopo la costruzione
fatta insieme (stranieri e autoctoni) di una società comune e solidale.
Potrebbe essere incoraggiata (anche materialmente) la costituzione di
associazioni o gruppi misti, per rinforzare l’integrazione degli immigrati
nella società e l’apertura delle popolazioni locali agli immigrati. Tenendo
conto della tradizione musulmana multisecolare di non distinguere religione,
tradizioni, cultura, vita sociale e politica, sembra importante che i
responsabili s’informino bene per operare queste distinzioni e siano molto
attenti a non incoraggiare la politicizzazione (sotto qualunque forma)
dei gruppi di immigrati. Infine è utile notare un piccolo particolare:
secondo i dati ufficiali, gli immigrati musulmani rappresentano circa
un terzo di tutti quelli presenti in Italia, eppure fanno parlare di loro
molto più che gli altri due terzi. È doveroso chiedersi perché. Mi sembra
che il motivo sia proprio la tendenza dei musulmani a politicizzare la
loro presenza, a renderla visibile (sia per tendenza naturale, sia perché
esistono lobby potenti di musulmani italiani o stranieri). È questa politicizzazione,
questa tendenza all’affermazione della loro identità come diversa dagli
altri che suscita reazioni di rigetto o di rifiuto. Non sarebbe più conforme
agli interessi dei musulmani stessi cercare di vivere la loro vita in
maniera discreta e puntando a una vera integrazione?
da “L’Avvenire” - Organo della Conferenza Episcopale Italiana - Febbraio
2001
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In una videocassetta, in vendita al Centro islamico, la sconcertante arringa del relatore ai fedeli musulmani: «Terrorizzare è dovere religioso, assassinare è tradizione» |
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MILANO.
"Si sbaglia chi pensa che il conflitto tra l'Islam e gli altri riguardi
problemi di frontiera o questioni strategiche ed economiche. Il movente
sta nella stessa natura della nostra religione: l'Islam deve dominare".
Simili affermazioni non si fanno più soltanto ad Algeri o a Kabul, ma
anche a Milano. Come a dimostrare che l'arruolamento nelle reti terroristiche
di immigrati musulmani è fattibile in Italia. Nel mondo islamico sono
presenti differenti scuole e questa non è certo la più seguita. Restano
comunque episodi che, anche se marginali, destano preoccupazione. La cassetta
che riprende un incontro pubblico, in vendita al Centro islamico di viale
Jenner, s'intitola «Terrorizzare è dovere religioso, assassinare
è tradizione» e mostra un relatore sulla quarantina, dalla lunga
e incolta barba nera, seduto accanto all'imam del centro. Alle loro spalle,
uno striscione in arabo augura buone feste ai musulmani di Milano e della
Lombardia. "Tutti i nostri nemici sono terroristi, afferma il nostro uomo.
Basta rendere i loro testi religiosi o leggere la loro Storia per convincersi.
E dire che i nostri ignoranti imam, non appena si sentono accusare che
l'Islam si era diffuso con la spada, si affrettano a negarlo per affermare
che la nostra è una religione di pace". E qui siinfervora. "L'Islam è
la religione della forza e il musulmano ha il dovere di essere terrorista,
nel senso che deve terrorizzare i nemici di Allah, ed essere sicurezza
e pace per i fedeli". Le sure del Corano sono citate a raffica. "Combattete
coloro che associano altri a Dio; Allestite contro di loro forze e cavalli
quanto potete, per terrorizzare il nemico di Dio e vostro. Avete sentito?
Per terrorizzare". Con una scrupolosa metodologia si applica poi a dimostrare
che, sin dai tempi degli "Stati Uniti romani", le motivazioni sono sempre
quelle: "Non credono né in Dio né nell'Ultimo giorno; dicono che il Cristo
è figlio di Dio; che Dio è Trinità. Violano la nostra religione, profanano
le nostre terre, e noi, anziché ascoltare l'invito di Allah, preferiamo
i piaceri della terra". La foga di parlare lo porta ad asciugarsi continuamente
la fronte. "Vi scongiuro fratelli, esiste forse nella nostra epoca un
linguaggio più comprensibile di quello della forza? È l'unica che la gente
capisca. I nostri governanti apostati lascerebbero forse pacificamente
i loro incarichi?". "No, per Allah", gridano in piedi i più esaltati tra
i presenti. "Negli anni Ottanta, continua, uno solo si è immolato a Beirut
costringendo i Marines americani al ritiro. Un solo uomo ha cambiato il
corso della Storia. La Jihad ci è prescritta - rincara - anche quando
l'azione del singolo non potrà servire davanti alle micidiali armi del
nemico perché, oltre ad ottenere il martirio, i non musulmani saprebbero
che tra di noi c'è gente pronta a sacrificarsi".
"Per noi è questione di essere o non essere, di vivere con dignità o nell'umiliazione. Ma, grazie a Dio, il risveglio musulmano è in crescita. Non badate, fratelli, a coloro che si sono adagiati, ma ai mujahedin che sono in aumento. Gettiamo di dosso ogni dubbio e l'ombra de riluttanti per andare incontro alla gloria del martirio. I nostri nemici ci affrontano uniti, affrontiamoli anche noi uniti. La vittoria di Allah è vicina".
Camille Eid © - Avvenire
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