LE RIFLESSIONI DEL VESCOVO
Abbiamo raccolto alcune riflessioni del Vescovo di Como, Mons. Alessandro Maggiolini.



Per una immigrazione controllata
COMO - «Non esiste un diritto di invasione dell’Italia, né un dovere dell’Italia di lasciarsi invadere. In proposito, dov’è lo Stato?»: è quanto si chiede il vescovo di Como, mons. Alessandro Maggiolini che, sul problema dei continuo sbarco di immigrati illegali in Italia, ha diffuso sette «direttive»:
1. I reclutatori fraudolenti e i passatori illegali che introducono poveri extracomunitari nel nostro Paese devono essere condannati senza soverchia pietà.
2. Da condannare pure risolutamente sono coloro che "si servono" degli extracomunitari per finalità politiche.
3. Legali o abusivi, gli immigrati, specie i bambini, devono essere soccorsi per motivi umanitari e/o di carità cristiana nelle richieste più immediate - vitto e un ambiente -, quando sono tra noi.
4. E’ compito dei Pubblici Poteri regolare il flusso e dare ospitalità agli immigrati anche in base alle capacità di accoglienza che il nostro Paese ha. Gli altri, soprattutto i criminali, vanno ricondotti al Paese di origine o preventivamente impediti di venire tra noi. Non esiste un diritto di invasione dell’Italia, né un dovere dell’Italia di lasciarsi invadere. In proposito, dov’è lo Stato?
5. Nel pieno rispetto delle identità culturali e religiose, anche nell’Europa, l’Italia ha l’impegno di coltivare e di proporre una propria ricchezza di pensiero, di fede, di arte e di storia. Nessuna crociata. Piuttosto un dialogo libero, cordiale e franco. Ammesso che l’Europa non voglia tradire la propria ascendenza umanistica e cristiana.
6. Non si tratta né di "leghismo", né, tanto meno, di "razzismo".
7. Il Vangelo e la solidarietà non proibiscono l’uso dell’intelligenza. Spesso il buon senso pare estraneo a certo sloganario in voga».
da "La Provincia", 29 novembre 1998



Chi firma il referendum
anticlandestini vuole legalità
Nella sola giornata di sabato, si sono raccolte seimila firme in provincia di Como. Un sabato qualsiasi. Senza eccessiva propaganda. In vista di un referendum. Ignoro come finirà la vicenda.
Si reagirà subito obiettando che si è di fronte a fenomeni di razzismo. Posso essere ingenuo, ma ritengo che chi si ferma per scrivere nome e cognome presentando un documento di identità non pensa nemmeno lontanamente all’Olocausto, alla purezza etnica, a un repulisti che scacci coloro che hanno meno di quattro quarti di sangue nobile.
Si insisterà nel rilevare che si tratta dei soliti zoticoni, dei brubru, dei baluba della Lega. Ergo. Ergo niente. Firmano persone che non hanno nulla a che fare né con il dio Po, né con gli oltraggi al tricolore, né con la secessione della Padania.
Intanto è da precisare che le firme non sono contro gli extracomunitari indistintamente, ma contro gli extracomunitari clandestini. In astratto almeno si vuole la legalità: una legalità equa e rispettata e fatta rispettare. Poi rimane da aggiungere che la gente non ne può più di un esecutivo latitante (si noti l’eleganza dell’aggettivo) e di un potere legislativo orbo o complice di una situazione insostenibile.
So il rischio che corro annotando queste osservazioni. Assicuro, con pochi altri, i volontari della Caritas, delle conferenze di San Vincenzo eccetera della mia diocesi si impegnano al limite delle forze. Pasti caldi. Centri di accoglienza messi su come si riesce. Ospitalità offerta senza discriminazioni.
Mi assicurano che nel Salento la ressa di extracomunitari (anche clandestini) è insopportabile, tanti sono i gommoni che scaricano poveracci. Una sosta. Poi al Nord. Ho la diocesi che da Varese a Merano corre sulla linea del confine svizzero. Si venga a vedere a Pontechiasso, per esempio. A Milano è stata minacciata la tolleranza zero. Qui i documenti falsi non si contano. Intimazioni di rimpatrio — dove poi? - che rimangono lettera morta.
Si sa benissimo che filibustieri vanno fin su in Macedonia a invitare dei disperati a vendere la casa e le quattro carabattole che hanno perché, tanto, l’ingresso in Italia è assicurato e vi si trova ciò che la pubblicità televisiva mostra. Siamo schietti. Da credenti e da umanitari continueremo a ricevere come riuscirermo dei fratelli che mendicano un pane e una coperta. Solidarietà. Ma, per favore, la gente è stufa di sentire il ministro degli Interni e il governo e politici sfusi che imbastiscono discorsi francescani. Per poi lasciare ad altri, caritatevoli, la soluzione di problemi che sono di giustizia.
Non ci si meravigli di seimila firme raccolte nella giornata di sabato nella provincia di Como.
dal “Corriere della sera”, 1° marzo 1999



Perché la Chiesa non condanna
le bugie del sindacato sull’articolo 18?
Ci siamo assunta la nostra robusta dose di sindacalismo imperante. Forse è utile qualche riflessione, seppur postuma. Anzi un cenno di valutazione etica su quanto è avvenuto nello sciopero generale: una manifestazione ricomparsa dopo vent’anni. Vorrei essere più chiaro: mi vado interrogando se hanno – abbiamo – agito bene le guide della Chiesa italiana – noi Vescovi italiani –, spesso tanto loquaci circa questioni anche di minimo rilievo, mantenendo un silenzio assoluto di fronte a un’astensione globale dal lavoro come quella appena sperimentata. Non sono nato ieri. Non credo che la gerarchia ecclesiale pronunci una approvazione assoluta o una condanna inappellabile. Simili prese di posizione servono soltanto a inasprire gli animi. No. Penso piuttosto a qualche spunto morale in vista della formazione di un giudizio equo nell’intimo della coscienza di fedeli e di cittadini che sono attenti all’aspetto morale del discorso. Così, per problematizzare qualche certezza che sembra di troppo.
Per esempio. È giusto che degli operai o degli impiegati addetti al servizio pubblico – nelle ferrovie, nelle poste, nelle torri di controllo, nelle scuole eccetera – usino gli strumenti che hanno a disposizione, per bloccare l’attività anche di coloro che vorrebbero lavorare?
Per esempio ancora. Stante la liceità dello sciopero in linea di principio, sembra del tutto congruo commisurare i danni che si provocano con i vantaggi che si vogliono raggiungere. Ne risulta una proporzione accettabile nella vicenda di ieri?
Per esempio di nuovo. È eticamente ammissibile che uno sciopero generale venga proclamato e attuato per motivi politici? Pare di sì, quando ci si trova di fronte a situazioni dove siano violati o siano in serio pericolo i diritti fondamentali della persona. Ma si è al caso? Non si apre la possibilità di prestarsi al gioco di forze sindacali che scendano in campo per ridare compattezza a ranghi scompaginati di partiti? O addirittura per evidenziare e per imporre la figura di un sindacalista come leader di un’area politica? E uno sciopero di tale tipo non rischia di accendere in una nazione qualcosa che assomigli alla vecchia lotta di classe? Non può apparire come un illusorio referendum? E tanto chiasso per le strade e nelle piazze non corre il pericolo di far dimenticare o di sostituire le elezioni che trovano la loro espressione centrale nel Parlamento con la maggioranza che governa e la minoranza che muove l’opposizione? Non sembra inutile l’articolo 40 della Costituzione: «Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito di leggi che lo regolano», un articolo largamente non attuato a tutt’oggi.
E giungo al nocciolo del problema. Lo sciopero include anche la riforma della sanità, della scuola, della magistratura, dell’immigrazione, il conflitto d’interessi e così via, in campo socioeconomico poi include anche le revisione dell’arbitrato e la proposta di taglio dei contributi previdenziali per i nuovi operai assunti. E tuttavia, il titolo – quasi esclusivo – che vuole spiegare l’agitazione di ieri è l’intoccabilità dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori spiegato a un di presso così: tale articolo tutela gli operai; ogni sua pur minima revisione segna un passo verso la possibilità di licenziare a capriccio.
Non si richiede la “giusta causa” per il licenziamento soltanto quando si passa dal “lavoro nero” a quello regolare; quando si passa, nel Meridione, dal contratto a scadenza fissa a quello senza termine; quando un’azienda vuol superare i 15 addetti. E allora in che cosa sono penalizzati gli operai più tutelati? Ma gli scioperanti sapevano dell’imbroglio, o semplificavano maledettamente e rumorosamente, pur di esibire qualche giustificazione all’iniziativa di protesta?
Torno a bomba. Mi chiedo se non era dovere di noi guida della Chiesa italiana mettere la gente sull’avviso prima che questa si desse all’agitazione. Il non dir bugie vale anche per i sindacati? Forse noi Vescovi abbiamo lasciato passare un’occasione per mettere pace e creare lavoro nella società. A costo di incontrare magari qualche incomprensione. O siamo prevedibili come uno schema ideologico? Bastava suscitare qualche dubbio perché ci si documentasse meglio circa le ragioni dello sciopero.
da “Il Giornale”, 17 aprile 2002